http://santostefanogiovanni.blogspot.com/

Cerca nel blog

venerdì 1 ottobre 2010

Ritratti.

Mi è impossibile non tracciare mentalmente il ritratto di qualcuno mentre lo penso, così come mi è impossibile distogliere l’attenzione da certi particolari mentre gli sto davanti.
I tratti del volto con le sue ombre, le mani, il modo di sedere, la gestualità, l’intonazione della voce, le pause di silenzio, il moto ondoso del carattere che tutto conduce.

Mio padre dipingeva e amavo starlo a guardare.
Di nascosto, quando era in ufficio, accostavo il naso alle sue tele per sentire l’odore dei colori che cambiava a mano a mano che la tela asciugava. Oppure mi divertivo ad avvicinarmi piano per veder sparire l’immagine intera immergendomi nei singoli rigagnoli di colore fino a che non rimanevano a fuoco solo i solchi lasciati dal pennello nel colore denso.
Mi piaceva l’odore dell’olio di lino, caldo e pesante, quello pungente della trementina e dell’acqua ragia. Anche gli stracci che servivano per pulire i pennelli o per fare correzioni sulla tela avevano il loro odore speciale.
Copiava nature morte e paesaggi. Aveva parecchi libri con le riproduzioni dei quadri delle correnti pittoriche più famose, ma la sua attrazione unica e forte, ora lo capisco, erano gli impressionisti italiani.
Raramente trovava il coraggio di mettere sulla tela cose sue, una sola volta, da una fotografia, mi fece un ritratto.
Nascose il quadro fino a che non fu finito.
Ricordo perfettamente lo sgomento che provai nel momento in cui lo ebbi tra le mani.
Quel ritratto ero io! Ma non la me fisica, quella che potevo vedere riflessa nello specchio del bagno ogni volta che volevo, era una me profonda ed invisibile.
Per giorni lo confrontai con la foto dalla quale era stato ricavato e la mia immagine allo specchio, ma per quanto cercassi quello sguardo non si trovava, eppure sapevo che era mio che mi apparteneva e non riuscivo a spiegarmi come mio padre lo avesse colto.
Non avevo nemmeno cinque anni.
Presto cominciai ad imparare a tenere in mano i pennelli, e spesso lavoravamo insieme a qualche quadro. Ma la mia passione erano le matite, i carboncini, i pastelli a cera.
Il bianco e nero era per me un mondo immenso ed inaspettato nella sua estrema semplicità.
Alle scuole medie arrivò inevitabile la tecnica. Il prof. Bianchi, così si chiamava l’insegnante di disegno, era un uomo basso, calvo con l’anima secca come una scopa di saggina vecchia.
Non ci insegnò molto ed il giorno dell’esame di licenza, a sorpresa perché mai fatto prima, arrivò – vero bastardo - con un gran piatto ed una brocca che mise sulla cattedra, poi sistemò le persiane finché non gli sembrò che la luce fosse giusta e disse: lavorate.
Ricordo bene il brivido di spavento delle mie compagne.
Il mio lavoro, ovviamente, fu tutto a carboncino. Quando ebbi finito ero veramente contenta, un ottimo lavoro di proporzioni, luci e ombre e con vera soddisfazione lo proposi al prof. che con una leggerissima smorfia mi disse: “si ottimo! ma così non te lo passo! devi usare i colori”.
“I colori! I colori! Perché i colori se io lo vedo così? Se è uscito da me così? “ Non mi rispose nemmeno, girò sui tacchi e se ne tornò al suo posto.
Non avevo scelta, e così usai i colori e uccisi il mio lavoro.
Come prosecuzione degli studi, viste le doti, mi consigliarono il liceo artistico.
Non ho mai più disegnato.

Ritengo che un quadro è sempre un’opera incompiuta, un eterno divenire.
L’occhio che oramai vive in quell’infinito microcosmo coglie sempre un impercettibile vuoto da colmare.

giovedì 2 settembre 2010

 




La qualità di un'azione o le sue circostanze...





Sapeva benissimo che per dare corpo ai pensieri, prima o poi, avrebbe dovuto parlare.
Ovviamente cercava di farlo il meno possibile, qualunque distrazione sarebbe stata fatale.
Quei “primitivi” sarebbero stati capaci di qualunque cosa, ed ogni volta riuscivano ad avere la meglio.
Stavano acquattati dietro le labbra come fanti dietro al portone del castello pronti ad uscire a passo di carica.
Davanti i più agguerriti, in forma smagliante, impeccabili: forse, pure, sempre; ieri, oggi, poi, tardi, mai, spesso, presto, subito.
Sapeva benissimo che quelle parole di solito come arrivano fuori ti inchiodano al tempo e sono promessa, debito, speranza, aspettativa, oggetto e progetto.
A tutti capitava ed era cosa normale.
La sua famiglia, tanto per dire, era l’esempio più esemplare e solo con gli anni spesi dai suoi genitori a correr dietro a quei primitivi si sarebbero potuti mettere assieme un paio di secoli, figuriamoci con tutto il resto: fratelli, sorelle, zii, zie e cugini tutti.
Le sue erano le uniche della stirpe che non ne volevano sapere, sembravano oggetti in viaggio nel cosmo profondo, in totale assenza di gravità.
Posava un mai accanto al telefono, ma come si voltava per fare altro quello cominciava a galleggiare, quando tornava era sparito ed al suo posto ci si era appoggiato quel sempre che, a quanto gli sembrava di ricordare, aveva lasciato in camera da letto. Ma forse non era quella volta lì.
Correva in garage dove era sicuro di aver lasciato un presto, col quale era convinto avere un appuntamento, ma sul sedile dell’auto ci trovava un bel poi che dormiva pacioso come un gatto, così se ne tornava in casa a schiacciare un pisolino.
Per non parlare dei subito, oggi, adesso che con grande dispiacere, trovava nelle tasche di giacche e pantaloni, addirittura nelle scarpe, ad ogni cambio di stagione.
Ormai era talmente tanto che viveva così che il dubbio che potesse cambiare qualche cosa gli veniva sempre più di rado e comunque finiva con il lasciar correre.
Col tempo aveva pure capito che il tentativo di rimettere tutto a posto avrebbe solo aggiunto confusione a confusione.
Non avrebbe mai potuto ricordare l’ordine esatto con il quale si erano sparpagliati quei ribelli inizialmente.
Sarebbe stata solo una perdita di tempo e poi le cose vanno come vanno e, troppo spesso, amano andar da sole.


(Così appuntavo qualche giorno fa, tra riflessioni, assonanze, circostanze ed accostamenti vari).

venerdì 16 luglio 2010

Accumulatǐo - ōnis di mezzo secolo appena finito.



Le scarpe bianche a Pasqua, il telefono appeso al muro nel corridoio, l'urlo dello "stracciarolo" in mezzo alla strada col suo carretto a mano, Papa Giovanni XXIII, il rumore degli zoccoli di qualche cavallo che tira anche lui il suo carretto, Jhon Fitzgerald Kennedy, l'uomo della spazzatura che suona a casa col suo grande sacco sulle spalle, Leonid Breznev, Indira Gandhi, la tv in bianco e nero con un canale solo, i tram col bigliettaio, il fiocco azzurro al collo, Ernesto Guevara, il busto di Garibaldi, i granchi sulla spiaggia, i pantaloni di panno di lana bianchi e il ciclo mestruale, i pupazzetti di cioccolato appesi all'albero di Natale, la cerbottana, palla avvelenata, l'odore di abete che si secca, la tombola, gli occhiali da vista degli zii come fondi di bottiglia, Paolo VI, Giuseppe Saragat, canzonissima, Gui e Tanassi, la prima comunione, l'austerity, i fotoromanzi, bloody sunday, i romanzi di Maupassant, i collant, la metropolitana, la tv a colori, le olimpiadi di Monaco, la prima sbronza, Inti Illimani, i gettoni telefonici, Mao Tse Tung, il primo bacio, Pinochet, la politica, le radio libere, Pertini, magistratura democratica, il divorzio, le manifestazioni, l'Unità al semaforo, le assemblee, la locomotiva, lotta continua, avanguardia operaia, il fratello di Lucia, Giorgiana Masi, l'aborto, Acca Larentia, la maggiore età Mohandas Karamchand Gandhi, le elezioni europee,Karol Józef Wojtyła, il campeggio, la patente, Aldo Moro, le canne, la filosofia, i viaggi, la strage di bologna, sette anni insieme, l'aborto, l'automobile, il bridge, il lago, i mafiosi, il 420, Berlinguer, il lavoro, i militari, il muro di berlino, i processi, le corruzioni, Craxi, papà, il comunismo ed il capitalismo, velocità, Ladispoli, il pendolarismo, Cossiga, il caldo, la gravidanza, Gorbaciov, la maternità, i nipoti, la famiglia, i pini nel giardino, le albicocche davanti alla camera da letto, Diana Spencer, il geco dietro la persiana, la mucca pazza, ancora maternità, il nido, il cellulare, il mare d'inverno, la crisi, mamma, la diossina, la rabbia, il rancore, le torri gemelle, spinaceto, la separazione, il silenzio, giulio, il mal di schiena, le poesie, le fotografie, le ciliegie, sim, le adolescenze, la solitudine, le lucciole, i piedi nudi, le fatiche, le rinunce, i miracolini, i coriandoli, la pazienza, piano piccolo pulito ...